L’Idiota (circo di voci per attore solo)
Galleria Toledo Produzioni, Archètipo | Teatro Comunale di Antella
da F. Dostoevskij
di e con Valerio Pietrovita
disegno luci e foto di scena Davide Scognamiglio
datore e collaboratore luci Sebastiano Cautiero
musiche e suoni Simone Ottaviano, Carla Pastore
e la voce di Laura Popescu
elementi di scena Giuditta Papale
collaborazione al costume Daniela Montella, Yesey Cappelli
in collaborazione con Le belle bandiere
con il sostegno di Centro Teatrale Umbro, Manovalanza.
Prima o poi il momento in cui bisogna fare i conti col fantasma della morte arriva per tutti. Ma quando appare e cala la sua falce, cosa resta a chi ha potuto solo assisterne al passaggio? La memoria? Qualche oggetto? La sensazione di vuoto e di stupidità? Le domande si moltiplicano e si intrecciano. La riflessione finisce per coinvolgere il teatro, che fa del ricordo il suo unico afflato di vita. Perché andare in scena oggi? Ha senso farlo nelle condizioni economiche del nostro paese? È ancora un lavoro? Quante domande! Forse il modo migliore per affrontarle è proprio attraverso la cornice del palcoscenico. Il collegamento con L’idiota, romanzo che amo molto, è stato naturale. Il principe Myskin è l’idiota immaginato da Dostoevskij, un uomo ancora fanciullo catapultato in un mondo troppo adulto. Walter Benjamin scrive che Myskin rappresenta l’archetipo dell’infanzia del popolo russo – infanzia intesa come stato di innamoramento. La frase più celebre del romanzo è infatti Mir spaset krasotà: “la bellezza salverà il mondo”, ciò che tenta di fare, senza successo, il suo protagonista. Dostoevskij scrive nelle sue lettere che l’idea del principe nasce dalla volontà di dare vita a un alter ego del Cristo, un uomo del tutto buono. Il romanziere ha l’intuizione di gettare questa figura nel proprio presente oscuro, fatto di delitti, funzionari corrotti, giovani nichilisti. Eppure, nel romanzo, c’è sempre un risvolto comico, tutto è filtrato da una lente quasi farsesca; Bachtin, non a caso, parla di carnevalizzazione per quanto riguarda la poetica del testo. Le vicende si susseguono come in un giallo o in una fiaba in bianco e nero, ma in questo caso il principe non è azzurro, ma povero, malato, goffo, a tratti grottesco, una sorta di Chaplin o Keaton ante litteram. La meta teatralità e i riferimenti all’attualità sono presenti già nel classico russo, quando, a detta dei personaggi, si assiste alla recita di una vera e propria “commedia”. La fine del romanzo è però tragica: la donna che il principe ama e vuole salvare, viene uccisa anche a causa sua. Di fronte a questa morte Myskin perde il senno, impazzisce e torna nel suo aldilà, la clinica Svizzera per gli “idioti”. Sembra quasi che Dostoevskij voglia dirci che la bellezza è troppo fragile per fronteggiare il fantasma della morte. Eppure chi, se non un idiota, può essere tanto coraggioso da arrischiarsi nell’impresa? In controluce potrebbe allora trasparire anche l’attuale situazione di noi teatranti, una categoria la cui condizione lavorativa ed economica in Italia non può che far riflettere o lasciare esterrefatti, magari anche un poco divertiti e far sussurrare a mezza voce, sotto i baffi: «idioti».